Professionisti del futuro. Le competenze chiave per lavorare nell’IoT

| 16 giugno 2017

“Saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione”. Questa è la definizione di competenze digitali fornita dall’Europa. Giulio Coraggio di IOTITALY ci spiegherà i diversi aspetti che concorrono ad essere un professionista nel mondo dell’Internet of Things.

A distanza di oltre dieci anni, la Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 rappresenta un punto di partenza per capire come orientarsi nel mondo dell’ICT.  Il digitale influisce sulla vita di tutti e non si ferma alla sola sfera lavorativa. Essere capaci di usare i nuovi strumenti tecnologici, accedere ai servizi basati su Internet e analizzare le informazioni raccolte online in maniera critica sono considerati le basi per poter sviluppare il proprio pensiero critico, la creatività e – soprattutto – essere parte dei cambiamenti tecnologici intorno a noi.

Passando al mercato del lavoro, il quadro delle competenze richieste diventa più dettagliato e comprende quelle di e-leadership e quelle specialistiche.

Chi vuole entrare nel mondo dell’ICT non può accontentarsi di sapere utilizzare con dimestichezza le tecnologie utili ad eseguire il proprio lavoro. I professionisti del digitale devono essere abili a coniugare la conoscenza (knowledge), con le abilità (skill) e le attitudini (attitude). L’obiettivo è realizzare dei prodotti e dei servizi concreti per aziende e pubbliche amministrazioni.
Facendo un salto in avanti, le competenze di e-leadership, dette anche di e-business, sono quelle legate alla capacità di introdurre l’innovazione digitale nel proprio mercato di riferimento. In questo caso le competenze digitali sono una componente di un bagaglio professionale più articolato dove la conoscenza del proprio settore si unisce alle qualità di leader.

La bussola per chi vuole lavorare in questo mondo è l’European e-Competence Framework 3.0 (ECF) che suddivise le competenze digitali  in cinque macro-aree:

  • PLAN (Pianificare): saper sviluppare un business plan,  essere in grado di pianificare e progettare  le architetture e le applicazione. Queste sono le basi per ideare dei prodotti o servizi, ma non basta. Bisogna guardare al futuro, monitorando i trend tecnologici per lo sviluppo di una strategia innovativa e sostenibile.
  • BUILD (Realizzare): in questo ambito rientrano le capacità di sviluppare il prodotto, testarlo per il passaggio finale del deploy (rilascio online).
  • RUN (Operare): una volta che il prodotto è a disposizione dei clienti – o degli utenti – deve essere garantito un servizio di assistenza, anche al fine di studiare una sua implementazione in base alle segnalazioni di chi lo ha usato.
  • ENABLE (Abilitare): non basta creare il prodotto, è necessario cercare clienti, formare adeguatamente chi lo va ad usare e gestire i propri fornitori. In  questa area troviamo quindi una seria di competenze trasversali che vanno ad aiutare la diffusione del prodotto e allo stesso tempo ne garantiscano la qualità.
  • MANAGE (Gestire): le quattro aree precedenti senza un corretto processo di gestione interno vanno a disperdere le loro potenzialità. Serve una “guida”, una visione di insieme assicurate dal management. Questo aspetto va a collegarsi strettamente con il concetto di e-leadership illustrato in precedenza.

Osservando l’infografica troviamo riassunte le competenza digitali specialistiche nei cinque insiemi tracciati dall’ECF 3.0.

Giulio Coraggio è tra i fondatori dell’associazione IOTITALY che cerca di diffondere la cultura dell’Internet of Thing tra le aziende. Occupandosi di innovazione digitale ha avuto modo di conoscere le esigenze delle multinazionali operanti in questo campo e ci aiuterà ad orientarsi nel variegato panorama delle competenze digitali.

 

Partiamo dalle definizioni. Cos’è l’Internet of Things?

Internet of Things è un termine coniato da Kevin Ashton, cofondatore e direttore esecutivo di Auto-ID Center (un consorzio di ricerca con sede al MIT), durante una presentazione presso Procter & Gamble nel 1999. Il termine è comunemente utilizzato per fare riferimento alle tecnologie che collegano gli oggetti. Con l’Internet of Things, oggetti che normalmente sarebbero “inanimati” trasmettono dati e informazioni, comunicano con altri oggetti al fine di poter comandare un’azione (un c.d. trigger) o raccogliere informazioni che sono il risultato dei dati ottenuti dai sensori apposti su diversi oggetti collegati.

L’Internet of Things si divide in due grandi “famiglie”. Abbiamo l’Industria 4.0 in cui gli apparati industriali sono connessi per garantire una maggiore efficienza, per prevenire l’esigenza di manutenzione, per poter calibrare meglio i diversi macchinari sulla base dei dati “industriali” che raccolgo da loro. Poi abbiamo le wearable technologies (come gli smartwatch), i sistemi di telemedicina o eHealth, i dispositivi smart home e le connected cars che raccolgono dati personali. Infine, abbiamo i sistemi di smart city che a seconda della tecnologia utilizzata possono raccogliere dati personali o semplicemente dati relativi al funzionamento di macchinari.

L’innovazione digitale è un processo in costante espansione. Le novità spesso spaventano. Nonostante i 500mila posti di lavoro annunciati dall’Europa durante i Digital Days, il dubbio è che ci possano essere conseguenze negative per il mercato del lavoro. Potresti spiegarci le opportunità legate al cambiamento?

Penso onestamente che questa sia una falsa informazione. Come nel caso di qualsiasi rivoluzione industriale, bisogno adattarsi al cambiamento. Al contrario, l’IoT creerà nuovi posti di lavoro perché richiederà nuove competenze. Per fare un esempio, ero di recente ad una conferenza sull’Internet of Things, e l’Executive Vice President di SAP ha dichiarato che il lavoro del futuro è quello dei “data scientist”. Si tratta di coloro che riescono ad analizzare ed interpretare i dati il che può sembrare un qualcosa di “facile”, ma è estremamente complesso quando i dati sono di diversa natura, vengono da diverse fonti, in un formato che non è coerente.

Tra le cinque aree individuate dall’European e-Competence Framework 3.0  quale pensi sia quella dove le aziende hanno più difficoltà a trovare figure professionali con le giuste competenze?

Il problema con l’Internet of Things è che richiede sia competenze tecniche che economiche al fine di interpretare l’impatto dei dati sul business delle aziende. In quest’ottica, la creazione di nuove specializzazioni nelle Università che siano “trasversali” faciliterebbe l’incontro tra domanda ed offerta. E questo ha un impatto su tutte le aree che dell’European e-Competenze Framework 3.0. Alcune università italiane stanno già orientando i loro corsi su quello di cui le aziende hanno bisogno e mi auspico che ciò avvenga sempre più.

Un esempio pratico. Come avvocato esperto di nuove tecnologie, delle competenze tecniche sono necessarie per comprendere la tecnologia a cui le mie analisi giuridiche dovranno applicarsi. Non ho bisogno di essere un ingegnere, ma devo essere in grado di gestire un confronto con dei tecnici senza alcun problema. Allo stesso tempo, devono conoscere le dinamiche del mercato in cui operano i miei clienti perché altrimenti non so andare “oltre” la mera interpretazione della norma giuridica.

Per concludere qualche consiglio. Puoi dirci tre competenze specialistiche e tre soft skill che devono avere i professionisti del digitale nel prossimo futuro?

Secondo me un minimo di competenza informatica è necessaria (e lo sarà sempre più) per qualsiasi lavoro. Non bisogna essere Larry Page e Sergey Brin, ma se Steve Jobs non avesse avuto un “fair understanding” dei problemi tecnici che Apple doveva affrontare, non sarebbe stato possibile per lui coordinare le diverse funzioni aziendali. È necessario arricchirla con conoscenze economiche perché chi non sa leggere un bilancio, non può capire dove la società sta andando. Inoltre, un’infarinatura di diritto non guasta mai perché altrimenti si rischia di lavorare su progetti ambiziosi, ma non fattibili da un punto di vista legale.

Dal mio punto di vista, per quanto riguarda le soft skill, bisogna essere ambiziosi, ma non presuntuosi. Bisogna tendere sempre a qualcosa di più, ma con la voglia di conoscere senza pretendere di sapere già tutto; è necessario compiere sempre l'”extra mile”. In un mondo in cui l’essere “bravi” non basta più, bisogna fare sempre qualcosa in più di quanto si attendono i nostri clienti o colleghi. E come disse Steve Job quando l’Università di Stanford gli consegnò la laurea ad honorem, “stay hungry, stay foolish”. Senza un po’ di follia, non è possibile raggiungere i propri obiettivi.

 

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